“Remigrazione”: perché l’annullamento dell’evento alla camera è una buona notizia
L’evento sulla cosiddetta “remigrazione”, che avrebbe dovuto prendere luogo alla Camera venerdì 30 gennaio, è stato annullato.
Ed è una buona notizia. Una notizia che va detta con chiarezza, senza ambiguità e senza timidezze.
Perché “remigrazione” è una parola infame. Un termine costruito ad arte per addolcire ciò che in realtà è: deportazione, espulsione, negazione dell’umanità. Una parola finta, dietro cui si nasconde un’idea antica e pericolosa: dividere il mondo tra chi “merita” di restare e chi deve andarsene.
Portare queste ideologie neofasciste dentro i luoghi delle istituzioni è semplicemente inaccettabile. Non è confronto, non è pluralismo, non è democrazia. È una forzatura culturale e politica che va respinta con fermezza, senza tentennamenti.
Non c’entra nulla la libertà di pensiero, come qualcuno a destra — estrema destra — prova a raccontare. Il fascismo non è un’opinione tra le altre. È la negazione stessa del pensiero. È l’annullamento della libertà, dei diritti, della dignità delle persone. Dove c’è fascismo, il pensiero muore.
Parlare di “remigrazione” nel 2026 è disumano e fuori dal tempo. Viviamo in un mondo attraversato da guerre, crisi climatiche, povertà, migrazioni forzate. In questo contesto, non siamo davanti a un dibattito, ma a un’ideologia malata, a una propaganda che tenta di trasformare la paura in odio.
Ancora più grave è arrivare a dire che “l’antifascismo è una mafia”. È un punto bassissimo del discorso pubblico. Sono parole violente, che avvelenano il linguaggio e, di conseguenza, la società. Perché le parole non sono mai neutre: costruiscono mondi o li distruggono.
L’antifascismo non è uno slogan. Non è una bandiera da sventolare solo nelle ricorrenze. È una responsabilità quotidiana. È la scelta di stare dalla parte delle persone, dei diritti, della libertà.
Ed è scritto nella nostra Costituzione, nata per ricostruire una democrazia sulle macerie fisiche, culturali e morali lasciate dal fascismo.
Per questo non possiamo essere neutrali.
Per questo non possiamo essere tiepidi.
Fuori il fascismo dalle istituzioni. Sempre.
Read MoreAlex Pretti, 37 anni, infermiere. L’ultima vittima dell’ICE: le “milizie” di Trump
A Minneapolis, in pieno giorno, Alex Pretti è stato ucciso dagli agenti dell’ICE, le milizie anti-immigrazione di Trump.
Alex era un infermiere, un cittadino americano, ed era sceso in strada come tanti altri per proteggere il proprio quartiere dai rastrellamenti della polizia anti-immigrazione.
I video verificati, che trovate in questo post, raccontano una verità chiara: Alex non era armato. In mano aveva un telefono, con cui stava documentando gli abusi. Dopo aver aiutato una donna spintonata a terra da un agente, è stato attaccato, colpito con spray al peperoncino, buttato a terra, immobilizzato e ucciso.
Dieci colpi di pistola contro un uomo disarmato.
Questa non è sicurezza.
È violenza di Stato.
La scia di crimini delle cosiddette forze anti-immigrazione, incoraggiate dalle politiche razziste e intimidatorie di Donald Trump, sta creando negli Stati Uniti un clima insostenibile, quasi da guerra civile. Chi protesta, chi difende i diritti, chi prova a opporsi a un sistema ingiusto viene represso, criminalizzato, ucciso.
E mentre i video smentiscono i fatti, c’è chi mente apertamente. La Segretaria alla Sicurezza Interna, Kristi Noem, ha dichiarato che Alex fosse armato e pronto a sparare. Una versione falsa, smentita dalle immagini e dal buonsenso.
Fa ancora più male sapere che il governo italiano con le parole di Giorgia Meloni, ha scelto di essere alleato di questa deriva, arrivando persino a celebrare Trump come uomo di pace, auspicando di poterlo candidare al Premio Nobel.
Noi speriamo di no.
La storia giudicherà la crudeltà, l’inadeguatezza e l’ipocrisia di chi giustifica tutto questo.
Intanto il presente parla chiaro: le strade piene di persone che protestano negli Stati Uniti e nel mondo dimostrano che la dignità, i diritti e la libertà non si arrestano, non si intimidiscono, non si uccidono.
Alex Pretti non era un criminale.
Era una persona che difendeva altre persone.
Link ai video
Read MoreSicurezza nel trasporto pubblico: un’emergenza che non può più essere ignorata
Massima solidarietà alle lavoratrici e ai lavoratori del trasporto pubblico, a partire da chi era in servizio sulla linea 46B. Quanto accaduto è gravissimo. Un colpo di arma da fuoco esploso contro un autobus non è “degrado”: è un atto criminale che mette seriamente a rischio la vita di chi lavora e di chi viaggia.
Poche ore prima dell’episodio, i sindacati avevano lanciato un appello chiaro: serve maggiore sicurezza per lavoratori e utenti. Poi, intorno alle 20, un bus Atac della linea 46B è stato colpito da uno sparo. A seguire, sempre sulla stessa linea, un altro mezzo è stato bersaglio di una sassaiola. Una sequenza che racconta con brutalità quanto l’allarme fosse fondato.
Questi atti non ci intimidiscono.
Il trasporto pubblico deve continuare a garantire il diritto alla mobilità in ogni quartiere della città, anche nei contesti più complessi. Ma questo può e deve avvenire solo assicurando condizioni di sicurezza reali e concrete per chi ogni giorno tiene in piedi il servizio.
Ieri, in Commissione Mobilità, durante un’audizione con le organizzazioni sindacali sul nuovo piano industriale di Atac, il tema della sicurezza è stato indicato da tutte e tutti come priorità assoluta. In particolare, è stata chiesta la riattivazione del tavolo istituzionale con la Prefettura per dare piena attuazione al protocollo sulla sicurezza firmato lo scorso ottobre e rimasto, finora, in gran parte inapplicato.
Dopo l’ennesima aggressione, i sindacati hanno chiesto un incontro urgente con il Prefetto e, in via temporanea, lo stop alle corse serali sulle linee più a rischio, fino al ripristino di condizioni adeguate. Una richiesta estrema, che mostra quanto la situazione sia diventata insostenibile per chi lavora.
Le aggressioni agli autisti non sono un’eccezione, ma una drammatica continuità: lavoratori accoltellati, picchiati, rapinati. Capolinea isolati, poco illuminati, stazioni senza adeguata sorveglianza. Fare l’autista oggi è diventato non solo un lavoro usurante, ma pericoloso.
Serve uno sforzo serio e immediato da parte del Governo. Salvini, invece di sottrarsi al confronto come ha fatto di fronte alle richieste avanzate dal sindaco Gualtieri, venga a Roma a occuparsi davvero della sicurezza nel trasporto pubblico.
Come Commissione Mobilità ci muoveremo subito: scriveremo al Prefetto per rafforzare il lavoro del tavolo sulla sicurezza, già avviato con Atac, e pretendere risposte concrete.
La sicurezza delle lavoratrici e dei lavoratori non è un tema secondario.
È una priorità assoluta. Sempre.
Piano Casa e sicurezza: il governo “scappa” mentre le città soffrono
Quando il Sindaco Roberto Gualtieri denuncia pubblicamente la mancanza di risorse per il Piano Casa e per la sicurezza notturna, Matteo Salvini evita il confronto. Non risponde, non chiarisce, non si assume responsabilità.
E lo fa da vicepresidente del Consiglio, proprio mentre il Paese avrebbe bisogno di risposte concrete su emergenze sociali che colpiscono milioni di persone. Serve più case popolari, più social housing per chi vive in povertà relativa o assoluta, e programmi strutturali per chi è senza tetto o senza fissa dimora.
E il governo? Annuncia, promette, ma non realizza nulla. Si parla di un Piano Casa da 100.000 alloggi in dieci anni, cioè 10.000 alloggi l’anno: troppo poco, se consideriamo che basterebbero meno di due anni per rimettere a disposizione le oltre 70.000 case popolari esistenti. Nella legge di bilancio 2026 non è previsto nemmeno un euro per questa emergenza. Così, la propaganda prende il posto delle politiche pubbliche, e il prezzo lo pagano i più fragili.
Sul fronte della sicurezza, la situazione non è migliore. I sindaci chiedono da tempo più presenza delle forze dell’ordine nelle ore serali e notturne, ma il governo tace. Forse perché conviene mantenere il problema irrisolto, da usare come strumento di propaganda invece che di intervento concreto.
Il cosiddetto Piano Casa Italia, più volte annunciato da Giorgia Meloni e Salvini, doveva contare su 15 miliardi di euro. Nella realtà, la legge di bilancio prevede solo 50 milioni nel 2027, 50 milioni nel 2028 e qualche cifra marginale fino al 2030. Nel 2026? Zero.
Questo è il governo del “nega, evita, fugge”: grandi annunci senza coperture, piani altisonanti senza soldi, mentre chi governa le città resta solo e le famiglie in difficoltà senza risposte.
Matteo Salvini scappa.
E con lui scappa l’idea che i problemi sociali possano essere affrontati con serietà e responsabilità. Roma, come tutte le città italiane, non ha bisogno di propaganda e assenze: ha bisogno di scelte concrete, risorse vere e rispetto istituzionale.
Read MoreRoma rallenta e diventa più sicura: al via la Zona 30 nella ZTL del Centro storico
Da oggi, 15 gennaio, all’interno della ZTL del Centro storico, il limite di velocità è fissato a 30 km/h. Una scelta che segna un passaggio importante nella politica della mobilità cittadina e che risponde a una richiesta chiara e diffusa.
Più sicurezza per chi cammina, per chi usa la bicicletta o i mezzi pubblici e per tutte le persone più fragili sulle strade: è questa la direzione indicata da cittadine e cittadini e assunta dall’amministrazione con questo intervento.
Ridurre la velocità non è una scelta ideologica. È una scelta concreta di governo della città.
Significa diminuire il rischio di collisioni, ridurne la gravità, abbassare la mortalità stradale e rendere lo spazio pubblico più vivibile, soprattutto in un’area dove la domanda di pedonalità è sempre più alta. È una decisione che tiene insieme sicurezza, qualità dello spazio urbano e diritto alla mobilità.
La Zona 30 è anche il risultato di un lavoro quotidiano di pianificazione e ascolto. Un lavoro che passa dal confronto con i territori, dagli interventi sulle strade, dalla messa in sicurezza dei punti critici, dall’attenzione ai comportamenti di guida e al modo in cui le persone attraversano, camminano e vivono la città.
La Zona 30 nel Centro storico non nasce da sola.
Si inserisce in una strategia più ampia che comprende attraversamenti pedonali rialzati, nuove strade scolastiche, interventi sui black point, controllo delle velocità e azioni continue di prevenzione. Un insieme coordinato di misure pensate per ridurre i rischi prima che si trasformino in incidenti.
È anche una scelta che riguarda ambiente e salute.
Secondo la Società Italiana di Medicina Ambientale (SIMA), la riduzione della velocità urbana contribuisce a diminuire le emissioni di CO₂, di ossidi di azoto e di particolato, oltre a ridurre l’inquinamento acustico, in un contesto in cui il traffico veicolare incide in modo significativo sull’inquinamento delle città.
È così che si costruisce una città più giusta: riducendo il differenziale tra chi è più forte e chi è più fragile, mettendo al centro le persone e scegliendo di prevenire, invece che intervenire dopo.
Roma cambia passo.
E lo fa attraverso visione, misure concrete e monitoraggio continuo, per una mobilità che tuteli la sicurezza, la salute e la qualità della vita di chi ogni giorno vive la città.
Le proteste in Iran sono una lotta di libertà, non un pretesto per fare “affari”
Quello che sta accadendo in Iran è, allo stesso tempo, doloroso e necessario. È doloroso per il prezzo altissimo che il popolo iraniano sta pagando: morti nelle strade, arresti arbitrari, condanne esemplari, una repressione che prova a spegnere ogni voce di dissenso. Un Paese messo a tacere anche attraverso l’oscuramento di internet, nel tentativo di impedire al mondo di vedere, raccontare e comprendere ciò che sta accadendo.
Ed è necessario perché questa rivolta nasce da una spinta autentica, popolare e profonda. Nasce da una domanda di libertà che non può più essere rimandata, compressa o cancellata con la forza.
La protesta in corso è una ribellione contro una dittatura religiosa che ha fatto del controllo il proprio strumento di governo: controllo dei corpi, delle vite, dei comportamenti, delle scelte individuali. Una dittatura che usa la violenza per mantenere il dominio e che risponde alle richieste di diritti con la repressione.
Ma la rivolta iraniana non è soltanto politica. È anche il risultato di condizioni materiali diventate insostenibili. Un’inflazione fuori controllo, stipendi che non permettono di vivere, povertà diffusa, un futuro sistematicamente negato soprattutto alle nuove generazioni.
Quando manca il pane, la libertà smette di essere un concetto astratto: diventa una necessità vitale.
Io sto dalla parte dei popoli che scelgono di ribellarsi in modo pacifico. Sto dalla parte di chi scende in piazza per reclamare diritti, per uscire da una dittatura e provare a costruire una democrazia.
Sto, senza ambiguità, dalla parte del popolo iraniano.
Allo stesso tempo, però, credo sia necessario mantenere uno sguardo lucido.
Le rivoluzioni si tradiscono quando diventano terreno di conquista per altri poteri.
Quando una protesta giusta viene piegata a fini geopolitici, utilizzata per ridisegnare equilibri internazionali o per mettere le mani su risorse strategiche che fanno gola a molti, come petrolio, gas e influenza.
Per questo non sto dalla parte di chi finanzia, arma o manovra le rivolte per i propri interessi.
Non sto dalla parte degli Stati Uniti quando minacciano interventi militari, né del cinismo di Donald Trump e dei suoi giochi di potere costruiti sulla pelle di un popolo oppresso.
E non mi convince nemmeno chi, come Reza Pahlavi, tenta di usare questa rivolta per legittimare un ritorno al passato con il favore delle potenze occidentali. Forzare quella direzione rischia di svuotare di senso una mobilitazione che nasce dal basso, che parla un linguaggio nuovo e che non chiede padroni né tutori.
Sostenere un popolo che lotta per la propria autodeterminazione è giusto.
Usarlo per altri fini è meschino.
La libertà dell’Iran non può essere concessa da nessuno.
Può nascere solo dal popolo iraniano.
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