Perché la testimonianza di Annalisa Corrado ci riguarda tutte e tutti
In questi giorni il racconto pubblico di Annalisa Corrado sugli abusi psicologici e sessuali subiti da minorenne da parte di una figura adulta, significativa e riconosciuta, ci richiama tutt* in primis a una responsabilità collettiva chiara: ascoltare e credere.
Ascoltare e credere oggi significa evitare un meccanismo purtroppo ancora molto diffuso: mettere in dubbio, cercare giustificazioni, spostare l’attenzione su altro. Significa fare l’opposto: restare, ascoltare senza arretrare, anche quando quello che ascoltiamo crea paura o disagio.
Perché le storie come quella di Annalisa riguardano certamente la responsabilità, gravissima, di chi ha abusato, ma mettono in luce anche relazioni profondamente asimmetriche e mostrano come la violenza possa prendere forma dentro contesti in cui, troppo spesso, viene tollerata, minimizzata o protetta.
È anche per questo che la domanda “perché parlarne dopo tanti anni?” non funziona. Perché presuppone una libertà che spesso non esiste: quella di poter parlare subito.
Il silenzio non è mai una scelta libera.
È una conseguenza della violenza. Nasce dalla paura, dal senso di isolamento, dal ricatto e dalla mancanza di spazi sicuri in cui raccontarsi senza essere mess* in discussione.
E se il silenzio nasce da queste condizioni, allora il punto riguarda certamente chi ha agito violenza, ma anche tutto quello che c’è attorno. Perché significa che quei fatti si producono dentro contesti in cui l’autorità non viene messa in discussione, alcuni comportamenti vengono normalizzati e chi potrebbe vedere spesso non interviene.
Per questo esiste anche un tema politico e culturale che non può essere ignorato. A novembre la Camera aveva approvato all’unanimità una legge importante che metteva al centro il principio del consenso libero e attuale, partendo da una consapevolezza semplice ma fondamentale: senza consenso non esiste alcuna relazione libera.
Quel testo, però, è stato successivamente modificato al Senato sostituendo il principio del “consenso” con quello del “dissenso”. Ed è stato un errore. Perché spostare il focus sul dissenso significa, ancora una volta, caricare chi subisce violenza del peso di dover dimostrare, opporsi, esplicitare un rifiuto.
Per questo l’appello è semplice e netto: si torni al testo originario approvato all’unanimità dalla Camera.
Ed è qui che “ascoltare e credere” smette di essere soltanto una risposta immediata e diventa qualcosa di più profondo. Perché riguarda il modo in cui guardiamo alla vittima che denuncia, ma anche il modo in cui osserviamo i contesti che rendono possibili queste dinamiche.
La violenza maschile contro le donne non è un fatto isolato. È un fenomeno strutturale che attraversa la società, le istituzioni e le comunità.
Riconoscerlo significa uscire dalla logica del “caso singolo” e interrogarsi su linguaggi, comportamenti, relazioni e modelli culturali. Significa assumersi una responsabilità collettiva che riguarda tutte e tutti, in primo luogo noi uomini.
È su questo cambiamento di sguardo e di responsabilità che si misura la possibilità di costruire una società diversa: contesti in cui la parola di chi subisce violenza venga riconosciuta e diventi il punto da cui partire per cambiare ciò che non può più continuare così.
Grazie Annalisa, per la forza, l’amore, la generosità e il coraggio.
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