Quando la guerra diventa normalità
Quello che sta accadendo nel Golfo Persico dopo gli attacchi congiunti di Stati Uniti e Israele contro l’Iran e la risposta iraniana non è un episodio isolato, ma il punto di arrivo di un percorso preciso.
Abbiamo riammesso la guerra nel dibattito pubblico, l’abbiamo normalizzata, resa un’opzione tra le altre. Prima con l’aumento esponenziale degli investimenti in armamenti, poi con una narrazione fatta di emergenze permanenti, di kit di sopravvivenza, di scenari apocalittici che preparano psicologicamente le opinioni pubbliche all’idea che il conflitto sia inevitabile, perfino necessario. E quando la guerra torna ad essere considerata uno strumento legittimo, prima o poi viene usata.
Per renderla accettabile serve sempre la stessa operazione: costruire un nemico. L’attacco Usa-Israele contro l’Iran è stato raccontato come “preventivo”. Preventivo a cosa? Preventivo rispetto a quale minaccia imminente? Lo stesso Pentagono ha smentito categoricamente che vi fossero evidenze di un’intenzione iraniana di attaccare. Se non esisteva un’aggressione in corso né un attacco imminente documentato, l’uso della parola “preventivo” diventa un artificio retorico per rendere accettabile ciò che altrimenti non lo sarebbe. La storia dell’Iran a un passo dall’arma nucleare era già stata utilizzata mesi fa, dopo i primi bombardamenti americani su Teheran. Allora si disse che la minaccia era stata “annientata”. Oggi quella stessa minaccia viene riproposta, come se nulla fosse, per giustificare un nuovo conflitto che ha molto più a che fare con il controllo delle risorse strategiche e degli equilibri regionali che con la sicurezza globale.
Il mondo non è più quello di 20/30 anni fa. C’è un dato che molti fingono di non vedere: il ruolo crescente di Cina e India nella costruzione di canali diplomatici alternativi, mentre l’Occidente continua a pensarsi unico arbitro globale. L’atteggiamento di Donald Trump appare sempre più quello di un leader che reagisce mostrando i muscoli in un contesto in cui il peso relativo degli Stati Uniti non è più incontrastato. Quando si perde centralità, la tentazione è alzare il livello dello scontro.
Israele chiedeva da tempo un cambio di regime in Iran ed è stato accontentato dal presidente che si era presentato come “l’uomo capace di chiudere le guerre”. Il 28 febbraio è iniziata un’operazione definita addirittura di “liberazione”. Tutto questo è avvenuto nel pieno di colloqui tra Iran e Stati Uniti, con la mediazione dell’Oman, che gli stessi mediatori omaniti avevano definito di apprezzabile successo. Si è scelto di colpire mentre un canale diplomatico era aperto e stava producendo risultati. È una decisione politica, non una fatalità.
Il risultato è sotto gli occhi del mondo: tra i bombardamenti “preventivi” c’è stata anche una scuola femminile colpita, con oltre cento bambine uccise. Le Nazioni Unite hanno aperto un procedimento contro Israele per possibili crimini di guerra. Altro che liberazione. L’ennesima dimostrazione che la guerra non emancipa i popoli, li schiaccia.
Questo non significa assolvere il regime iraniano. L’ho scritto chiaramente mesi fa, durante le proteste represse nel sangue: il popolo iraniano ha il diritto di ribellarsi a una guida tirannica e antidemocratica. Quelle manifestazioni nascevano da una crisi economica devastante, da un’inflazione fuori controllo, da una generazione senza prospettive. Io sto dalla parte di quel popolo. Ma le rivoluzioni si tradiscono quando diventano terreno di conquista.
Monarchici come Reza Pahlavi, insieme agli interessi di Stati Uniti e Israele, hanno soffiato sul fuoco della destabilizzazione non per accompagnare un processo democratico, ma per ridisegnare equilibri e mettere le mani su petrolio, gas e influenza strategica.

Intanto, dopo oltre due anni di massacro a Gaza e più di settant’anni di occupazione e sfruttamento in Palestina, il governo guidato da Benjamin Netanyahu parla degli attacchi iraniani come di una “violazione del diritto internazionale” e dei “diritti umani”. Proprio mentre a Gaza, dopo la cosiddetta “tregua”, si contano più di cinquecento morti, e in Cisgiordania proseguono le violenze dei coloni e i tentativi di annessione. L’escalation con l’Iran arriva anche in un momento delicato per la politica americana, segnato dalla riemersione dei cosiddetti “File Epstein”, che vedrebbero pesantemente coinvolto Donald Trump. In questo quadro, l’innalzamento dello scontro internazionale finisce inevitabilmente per spostare l’attenzione.
È il frutto di quella retorica permanente del nemico che consente di giustificare tutto quando a colpire siamo “noi” e di gridare allo scandalo quando a rispondere sono “gli altri”.
In questo scenario, il nostro governo si muove in modo contraddittorio, a tratti ridicolo: si definisce “preventivo” l’attacco Usa-Israele, si bolla come “ingiustificabile” la risposta iraniana, il Ministro della Difesa che si ritrova a sua insaputa in una zona di conflitto e il Ministro degli Esteri che avverte “se ci sono i droni, non affacciatevi alle finestre”.
Il punto politico, però, resta uno: abbiamo riabilitato la guerra come categoria normale della politica internazionale. Abbiamo accettato l’idea che basti definire un attacco “preventivo” per renderlo legittimo. E così facendo stiamo costruendo un mondo in cui il diritto internazionale diventa un’opinione e la forza torna a essere l’argomento principale.
Io continuo a stare dalla parte dei popoli. Dalla parte di chi chiede autodeterminazione, non di chi usa le bombe per imporre un ordine. La libertà dell’Iran non può nascere da un bombardamento, così come la sicurezza globale non può essere garantita da una guerra permanente. Se non rimettiamo in discussione questa deriva, il rischio è che l’eccezione diventi regola.
E quando la guerra diventa regola, nessuno è davvero al sicuro.
Non possiamo permetterci di assistere a questa deriva come spettatori rassegnati. Non dobbiamo arrenderci all’idea che la guerra sia inevitabile. E non dobbiamo arrenderci nemmeno all’idea che l’Europa non abbia più un ruolo da giocare. Quel ruolo oggi appare offuscato, incerto, spesso timido. Ma esiste ancora — se c’è la volontà politica di esercitarlo.
L’Europa è nata sulle macerie di un conflitto mondiale proprio per affermare un principio opposto: che la forza del diritto dovesse prevalere sul diritto della forza. Se smettiamo di crederci noi per primi, quel progetto perde senso.
Per questo, mentre la diplomazia fatica e la politica internazionale alza i toni, c’è chi la guerra la contrasta ogni giorno con il proprio corpo, con la propria competenza, con la propria umanità.
Penso al lavoro straordinario di Emergency, che nei teatri di guerra cura, salva, ricostruisce pezzi di dignità umana dove tutto sembra perduto. Sostenere chi opera così non è un gesto simbolico: è una scelta politica concreta, è stare dalla parte della vita quando tutto spinge verso la distruzione.
Non rassegnarsi alla guerra significa anche questo: tenere aperti spazi di umanità mentre altri chiudono spazi di dialogo.
Perché se l’eccezione rischia di diventare regola, la responsabilità di chi crede ancora nella pace è una sola: continuare, ostinatamente, a costruirla.
Lascia un commento