Ostia non è morta. È una comunità che sta cambiando
Mi trovo ancora una volta a scrivere del Mare di Roma, della mia Ostia. Non per vanità, ma per dovere e per amore.
Sfilare con una bara per rappresentare Ostia significa compiere una scelta precisa: sostituire il confronto con la teatralizzazione, la discussione con la provocazione, la complessità con uno slogan. È una scelta che non condivido e che trovo profondamente sbagliata.
Perché Ostia non è una bara. Non è un funerale. Non è una città morta. Conosco bene i problemi del nostro territorio. Li conosco perché li ho visti, li vivo e spesso li affronto ogni giorno. Sarebbe ridicolo negarne l’esistenza. Mi colpisce però un aspetto. Le persone che oggi promuovono e sostengono la manifestazione “Ostia è morta” sono spesso le stesse che, negli ultimi mesi, sono scese in piazza a difesa di alcuni operatori balneari che, come emerge da un’inchiesta pubblicata da la Repubblica, risultano aver accumulato oltre quattro milioni di euro di morosità nei confronti dello Stato.
E stiamo parlando soltanto dei canoni concessori non versati. Soldi pubblici. Soldi della collettività.
Verrà il tempo di raccontare anche il resto. Per trasparenza, correttezza e per le necessarie spiegazioni. Ma già oggi credo sia legittimo chiedersi chi abbia contribuito ad alimentare alcune delle criticità che vengono denunciate e chi, invece, stia provando ad affrontarle.
Per troppo tempo Ostia è stata ostaggio dell’idea che nulla dovesse cambiare. Che tutto potesse essere prorogato. Che ogni problema potesse essere rinviato a domani. Ma i problemi rinviati non spariscono. Si accumulano. Mi torna in mente una frase di Lentamente muore: “Lentamente muore chi non rischia la certezza per l’incertezza, per inseguire un sogno.”
Forse è proprio qui la differenza.
Per anni Ostia è rimasta prigioniera della convinzione che nulla dovesse cambiare. Oggi siamo chiamati a fare l’opposto: ad accettare la fatica delle trasformazioni, ad affrontare problemi che per troppo tempo sono stati rinviati, a costruire un futuro diverso.
Per questo trovo singolare che si scelga di rappresentare Ostia con una bara proprio nel momento in cui il territorio sta attraversando una fase di cambiamento così profonda e delicata. Si possono avere opinioni diverse sulle scelte da compiere, sulle priorità, sui tempi e perfino sulla direzione da seguire.
Ma una comunità che prova a immaginare il proprio futuro non è una comunità morta. È una comunità che sta discutendo del proprio domani.
Perché c’è qualcosa di profondamente paradossale nel celebrare un funerale proprio mentre Ostia ospita il World Skate, una delle competizioni internazionali più importanti al mondo per gli sport rotellistici. Atleti e atlete provenienti da decine di Paesi, migliaia di persone presenti, milioni di visualizzazioni online. Discipline olimpiche che parlano alle nuove generazioni e che hanno trovato proprio a Ostia una delle loro case più importanti a livello internazionale.
E come se non bastasse, proprio stasera Piazza Sirio ospita, per il secondo anno consecutivo, OperaCamion del Teatro dell’Opera di Roma con Il Barbiere di Siviglia. Un teatro che esce dai suoi luoghi tradizionali per arrivare sul mare, tra le persone, rendendo la cultura accessibile a tutte e tutti.
Perché Roma è tutta Roma. Da Centocelle a Ostia. Da Quarticciolo a Cinquina. Dai rioni del centro al mare. Roma Capitale c’è.
Mentre qualcuno porta una bara in giro, il mondo guarda Ostia. E questo dovrebbe farci riflettere. La narrazione di un territorio condannato, senza speranza e senza futuro non fa male a un sindaco, a una giunta o a una maggioranza.
Fa male a Ostia. Fa male ai commercianti. Fa male agli operatori turistici. Fa male a chi investe. Fa male a chi lavora. Fa male a chi prova ad aprire un’attività. Fa male a chi sceglie di vivere questo territorio e di scommettere sul suo futuro.
Per anni ci siamo sentiti ripetere che Ostia fosse perduta. Che non ci fosse più nulla da fare. Che il terreno fosse ormai impraticabile.
E invece, nonostante tutto, Ostia continua a rialzarsi. Con fatica. Con contraddizioni. Con errori. Ma continua a rialzarsi.
Chi ama davvero Ostia può avere opinioni diverse sulle soluzioni. È normale. Fa parte della democrazia. Si può criticare chi governa. Si possono contestare le scelte fatte. Si possono proporre alternative.
Quello che non è accettabile è mettere in scena il funerale di Ostia e definire questo territorio una città morta. Sono parole e immagini di una gravità enorme, perché non colpiscono un’amministrazione o una parte politica.
Colpiscono un’intera comunità viva, fatta di persone che ogni giorno lavorano, studiano, investono, costruiscono relazioni e immaginano il proprio futuro.
Io non vedo un funerale alle porte. Vedo una comunità che prova, tra mille difficoltà, a costruire il proprio futuro. Vedo una città che sta attraversando una trasformazione difficile ma necessaria. Vedo un territorio che per troppo tempo ha rimandato le scelte e che oggi è chiamato ad affrontarle.
Ed è esattamente per questo che Ostia ha bisogno di idee, investimenti, coraggio, visione e cambiamento. Non di una bara.
Perché il futuro di una città si costruisce. Non si seppellisce.
Le parole di Itamar Ben Gvir contro l’Italia sono indegne di un ministro e meritano una condanna ferma e senza ambiguità
Le parole di Itamar Ben Gvir contro l’Italia sono indegne di un ministro e meritano una condanna ferma e senza ambiguità. Ma se ci fermiamo all’ennesima provocazione sul “Paese delle ciabatte”, rischiamo di perdere di vista ciò che conta davvero.
Ben Gvir non è soltanto un politico che insulta un Paese amico, come ha giustamente ricordato il Ministro degli Esteri Antonio Tajani. È uno dei principali esponenti di un governo che porta avanti politiche che stanno provocando sofferenze indicibili alla popolazione palestinese e che continuano a porsi in aperto contrasto con i principi fondamentali del diritto internazionale.
L’indagine aperta dalla Procura di Roma sui fatti legati alla Freedom Flotilla rappresenta un passaggio importante. È giusto che venga fatta piena luce sulle accuse di sequestro di persona, tortura e sui trattamenti subiti dagli attivisti fermati mentre tentavano di portare aiuti umanitari e testimonianza a Gaza.
Sarebbe però un errore considerare Ben Gvir una semplice mela marcia.
Le immagini delle attiviste e degli attivisti umiliati, ammanettati e costretti in ginocchio non nascono dal nulla. Così come non nascono dal nulla la distruzione di Gaza, la fame utilizzata come strumento di guerra, gli ostacoli all’ingresso degli aiuti umanitari, le violenze contro i civili palestinesi e le continue violazioni dei diritti umani denunciate da anni da organizzazioni internazionali.
Ma c’è un altro aspetto che non può essere ignorato. Le posizioni di Ben Gvir non rappresentano una minaccia soltanto per i palestinesi o per la stabilità della regione. La sua visione politica mette a rischio la stessa qualità della democrazia israeliana, alimentando una deriva nazionalista e autoritaria che comprime gli spazi del dissenso, delegittima le forze democratiche e progressive interne e rende sempre più difficile immaginare una prospettiva di convivenza, pace e reciproco riconoscimento.
Per questo criticare Ben Gvir e le politiche che rappresenta non significa essere contro Israele. Al contrario, significa difendere quei valori democratici e quelle donne e quegli uomini della società israeliana che continuano a battersi per la pace, per i diritti umani e per una soluzione fondata sulla convivenza tra due popoli e due Stati.
Condannare le parole di Ben Gvir è doveroso. Condannare le politiche del governo guidato da Benjamin Netanyahu che stanno devastando Gaza e trascinando milioni di persone nella sofferenza è indispensabile.
Perché il problema non è un insulto rivolto all’Italia. Il problema è ciò che continua ad accadere a Gaza, in Cisgiordania, in Libano e nell’intera regione.
E mentre l’attenzione si concentra sulle sue provocazioni contro il nostro Paese, Ben Gvir arriva a proporre il rapimento di donne e bambini libanesi come strumento di pressione contro Hezbollah. Parole che sarebbero inaccettabili in qualsiasi democrazia e che raccontano meglio di qualunque insulto la visione politica che rappresenta.
In fondo, il punto non è ciò che Ben Gvir pensa dell’Italia.
Il punto è ciò che le sue parole e le sue azioni dicono del governo di cui fa parte e del futuro che rischiano di costruire, non solo per i palestinesi, ma anche per la stessa democrazia israeliana.
Dal recupero dei Cancelli a una nuova visione per il litorale romano
Questa mattina a Castelporziano, insieme al Sindaco Roberto Gualtieri, al Presidente del Municipio X Mario Falconi, all’Assessore Tobia Zevi e a tante altre persone che hanno contribuito a questo risultato, abbiamo visto concretamente cosa significa prendersi cura del mare di Roma.
Per me, però, oggi non è stata una visita come le altre.
I Cancelli di Castelporziano sono uno dei luoghi a cui sono più legato. La spiaggia libera che ho frequentato fin da ragazzo, il luogo delle estati, delle amicizie, della libertà. E continuo a pensare che sia una delle spiagge libere più belle d’Europa.
Per questo negli anni ho vissuto con amarezza il degrado, le difficoltà e i problemi che hanno interessato questo tratto di litorale. E per questo, insieme a tante e tanti altri, mi sono speso affinché il mare di Roma tornasse ad essere una priorità.
Vedere oggi oltre due chilometri di spiaggia libera riqualificati in appena cinque settimane, con nuova illuminazione, videosorveglianza, manutenzione del verde e percorsi riqualificati, grazie anche alla collaborazione della Capitaneria di Porto e della Presidenza della Repubblica, significa restituire alla collettività uno spazio pubblico straordinario.
È un intervento importante, che rende questo tratto di costa più sicuro, più accessibile e più accogliente per tutte e tutti.
Ma sarebbe un errore considerarlo un punto di arrivo.
È soltanto l’inizio.
C’è ancora molto da fare: completare il percorso di riqualificazione dei chioschi, migliorare ulteriormente l’accessibilità, intervenire sulla Via Litoranea e sulla mobilità di accesso, rafforzare i servizi e continuare a investire sulla qualità degli spazi pubblici.
Il mare di Roma merita una visione all’altezza della sua bellezza e della sua importanza. Per troppo tempo ci siamo limitati a gestire problemi stratificati negli anni. Oggi dobbiamo avere l’ambizione di costruire il futuro del nostro litorale.
Abbiamo rimesso in moto un percorso. Adesso non dobbiamo fermarci.
Da cittadino di Ostia, prima ancora che da amministratore, continuerò a fare la mia parte perché Castelporziano resti quel luogo straordinario che ho conosciuto da ragazzo e diventi sempre più un patrimonio pubblico accessibile, curato e valorizzato.
Viva Ostia. Viva Castelporziano. Viva il mare di Roma.
A Ostia, una marcia per la pace
Oggi a Ostia abbiamo marciato per la pace insieme ai bambini e alle bambine delle scuole del territorio.
Un momento straordinario ed emozionante di partecipazione che ha coinvolto insegnanti, istituzioni, famiglie, cittadine e cittadini lungo il mare di Roma.
Il flash mob “Una marcia per la pace” nasce da un messaggio semplice ma potentissimo: l’istruzione è il primo passo verso la pace.
Perché educare non significa soltanto trasmettere nozioni.
Significa costruire persone libere, capaci di pensiero critico, empatia, dialogo. Persone che non abbiano paura delle differenze.
Dietro di noi c’era il Mediterraneo: un mare che per secoli è stato incontro tra popoli e culture e che oggi troppo spesso è attraversato da guerre, fughe e dolore.
E allora il pensiero va ai bambini e alle bambine di Gaza, dell’Ucraina, del Sudan e di tutti i conflitti dimenticati del mondo. Alle scuole distrutte, ai giochi rimasti sotto le macerie, alle vite spezzate troppo presto.
Per questo giornate come quella di oggi contano così tanto.
Perché insegnano che la pace non è una parola astratta. È una scelta quotidiana. È il rispetto al posto della prepotenza, il dialogo al posto dell’insulto, l’ascolto al posto dell’odio.
Ed è stato profondamente bello vedere il lungomare di Ostia trasformarsi, per qualche ora, in un grande laboratorio di civiltà a cielo aperto, attraversato da migliaia di ragazze e ragazzi, da musica, parole, colori e speranza.
Grazie alla rete delle scuole del territorio che ha promosso questa iniziativa: “A. Magno”, “Calderini-Tuccimei”, “Carotenuto”, “W.A. Mozart”, “F. Cilea” e “A. Leonori”. Grazie alle dirigenti scolastiche, al personale docente e scolastico, al Municipio X, alle associazioni e alla Banda Musicale di Ostia.
“Ogni volta che scegliete il rispetto invece della prepotenza, il dialogo invece dell’insulto, l’ascolto invece dell’odio, state già facendo pace”.
Perché la testimonianza di Annalisa Corrado ci riguarda tutte e tutti
In questi giorni il racconto pubblico di Annalisa Corrado sugli abusi psicologici e sessuali subiti da minorenne da parte di una figura adulta, significativa e riconosciuta, ci richiama tutt* in primis a una responsabilità collettiva chiara: ascoltare e credere.
Ascoltare e credere oggi significa evitare un meccanismo purtroppo ancora molto diffuso: mettere in dubbio, cercare giustificazioni, spostare l’attenzione su altro. Significa fare l’opposto: restare, ascoltare senza arretrare, anche quando quello che ascoltiamo crea paura o disagio.
Perché le storie come quella di Annalisa riguardano certamente la responsabilità, gravissima, di chi ha abusato, ma mettono in luce anche relazioni profondamente asimmetriche e mostrano come la violenza possa prendere forma dentro contesti in cui, troppo spesso, viene tollerata, minimizzata o protetta.
È anche per questo che la domanda “perché parlarne dopo tanti anni?” non funziona. Perché presuppone una libertà che spesso non esiste: quella di poter parlare subito.
Il silenzio non è mai una scelta libera.
È una conseguenza della violenza. Nasce dalla paura, dal senso di isolamento, dal ricatto e dalla mancanza di spazi sicuri in cui raccontarsi senza essere mess* in discussione.
E se il silenzio nasce da queste condizioni, allora il punto riguarda certamente chi ha agito violenza, ma anche tutto quello che c’è attorno. Perché significa che quei fatti si producono dentro contesti in cui l’autorità non viene messa in discussione, alcuni comportamenti vengono normalizzati e chi potrebbe vedere spesso non interviene.
Per questo esiste anche un tema politico e culturale che non può essere ignorato. A novembre la Camera aveva approvato all’unanimità una legge importante che metteva al centro il principio del consenso libero e attuale, partendo da una consapevolezza semplice ma fondamentale: senza consenso non esiste alcuna relazione libera.
Quel testo, però, è stato successivamente modificato al Senato sostituendo il principio del “consenso” con quello del “dissenso”. Ed è stato un errore. Perché spostare il focus sul dissenso significa, ancora una volta, caricare chi subisce violenza del peso di dover dimostrare, opporsi, esplicitare un rifiuto.
Per questo l’appello è semplice e netto: si torni al testo originario approvato all’unanimità dalla Camera.
Ed è qui che “ascoltare e credere” smette di essere soltanto una risposta immediata e diventa qualcosa di più profondo. Perché riguarda il modo in cui guardiamo alla vittima che denuncia, ma anche il modo in cui osserviamo i contesti che rendono possibili queste dinamiche.
La violenza maschile contro le donne non è un fatto isolato. È un fenomeno strutturale che attraversa la società, le istituzioni e le comunità.
Riconoscerlo significa uscire dalla logica del “caso singolo” e interrogarsi su linguaggi, comportamenti, relazioni e modelli culturali. Significa assumersi una responsabilità collettiva che riguarda tutte e tutti, in primo luogo noi uomini.
È su questo cambiamento di sguardo e di responsabilità che si misura la possibilità di costruire una società diversa: contesti in cui la parola di chi subisce violenza venga riconosciuta e diventi il punto da cui partire per cambiare ciò che non può più continuare così.
Grazie Annalisa, per la forza, l’amore, la generosità e il coraggio.
Con RFI il punto sugli investimenti ferroviari a Roma
Si è svolta oggi in Commissione Mobilità una seduta di aggiornamento con Rete Ferroviaria Italiana, rappresentata dall’ingegnera Maria Sangiovanni, per fare il punto sullo stato dei lavori e dei principali progetti ferroviari su Roma Capitale.
Al centro del confronto, una visione chiara: intervenire sulle stazioni non significa solo riqualificare infrastrutture, ma migliorare concretamente la qualità della vita delle persone. Gli interventi riguardano infatti accessibilità, sicurezza percepita, decoro e integrazione con il contesto urbano.
Negli ultimi mesi sono stati portati avanti lavori significativi su nodi strategici come Roma San Pietro e Roma Ostiense, con interventi su marciapiedi, pensiline, illuminazione e accessibilità ai binari. Opere complesse, realizzate garantendo la continuità del servizio, che migliorano in modo concreto l’esperienza quotidiana degli utenti.
Il piano degli interventi si estende a diversi quadranti della città. Tra i progetti più rilevanti, la riqualificazione della stazione di Torricola, che potrà diventare un accesso strategico al Parco Archeologico dell’Appia Antica, e il nuovo sottopasso di Trastevere, con conclusione prevista nel 2026. In fase avanzata anche la nuova fermata del Divino Amore, un investimento da circa 20 milioni di euro oggi in attesa delle ultime autorizzazioni.
Restano tuttavia alcune criticità legate alle risorse: progetti attesi come Magliana e Settebagni sono ancora in attesa di finanziamento, pur essendo fondamentali per il servizio ferroviario metropolitano. Allo stesso modo, il sovrappasso pedonale della Fiera di Roma rappresenta un intervento strategico per migliorare l’accessibilità.
Nel corso della Commissione è stata ribadita la necessità di rafforzare il sistema ferroviario urbano e pendolare, soprattutto nel quadrante sud, e di migliorare l’integrazione tra ferro, metropolitana e mobilità di superficie. In questa direzione, nodi di scambio e rete capillare sono elementi decisivi.
Non sono mancate segnalazioni su criticità operative, come le scale mobili fuori servizio a Ostiense e le difficoltà per chi si muove in bici. L’intermodalità non è un dettaglio, ma una priorità.
Il confronto con RFI conferma una direzione positiva, ma evidenzia anche una necessità chiara: servono continuità negli investimenti e maggiore coordinamento.
Perché il miglioramento della rete ferroviaria è una leva decisiva per una mobilità moderna, sostenibile ed efficiente per Roma.
Acilia, riaperto il capolinea bus: un nodo più sicuro e funzionale per il territorio
Lunedì 23 marzo è stato riaperto il capolinea bus di Acilia, un intervento atteso da tempo che rappresenta un passaggio concreto nel lavoro di rafforzamento della mobilità in questo quadrante della città.
Non si tratta di una semplice riqualificazione, ma di un tassello strategico in un’area dove ogni giorno si incrociano i flussi di chi utilizza la Metromare e di interi quartieri, da Dragona a Dragoncello fino a San Francesco. Proprio per questo si è scelto di intervenire in modo strutturale, andando oltre una manutenzione ordinaria.
L’intervento ha riguardato innanzitutto la sicurezza e la funzionalità degli spazi: è stata realizzata una nuova sede stradale, riorganizzati gli stalli per i bus e installati parapedonali e percorsi tattili per le persone ipovedenti. Un’attenzione particolare è stata dedicata agli attraversamenti pedonali, ora messi in sicurezza grazie a un nuovo impianto semaforico che regola i flussi e tutela chi ogni giorno attraversa questo snodo.
Il percorso non è stato privo di ostacoli. Il capolinea era infatti pronto già da tempo, ma la riapertura è stata rallentata da questioni amministrative. Oggi, però, viene restituito alla città uno spazio finalmente accessibile, sicuro e adeguato alle esigenze quotidiane.
A rafforzare ulteriormente il ruolo strategico di questo nodo contribuirà, a breve, l’arrivo della linea 060, che collegherà Acilia direttamente con l’aeroporto di Fiumicino. Un collegamento importante che renderà il capolinea ancora più centrale nella rete della mobilità locale.
L’intervento si inserisce in una visione più ampia: agire sui punti chiave della città, migliorare la sicurezza, semplificare gli spostamenti e rendere il trasporto pubblico sempre più vicino alla vita quotidiana delle persone.
Quando la guerra diventa normalità
Quello che sta accadendo nel Golfo Persico dopo gli attacchi congiunti di Stati Uniti e Israele contro l’Iran e la risposta iraniana non è un episodio isolato, ma il punto di arrivo di un percorso preciso.
Abbiamo riammesso la guerra nel dibattito pubblico, l’abbiamo normalizzata, resa un’opzione tra le altre. Prima con l’aumento esponenziale degli investimenti in armamenti, poi con una narrazione fatta di emergenze permanenti, di kit di sopravvivenza, di scenari apocalittici che preparano psicologicamente le opinioni pubbliche all’idea che il conflitto sia inevitabile, perfino necessario. E quando la guerra torna ad essere considerata uno strumento legittimo, prima o poi viene usata.
Per renderla accettabile serve sempre la stessa operazione: costruire un nemico. L’attacco Usa-Israele contro l’Iran è stato raccontato come “preventivo”. Preventivo a cosa? Preventivo rispetto a quale minaccia imminente? Lo stesso Pentagono ha smentito categoricamente che vi fossero evidenze di un’intenzione iraniana di attaccare. Se non esisteva un’aggressione in corso né un attacco imminente documentato, l’uso della parola “preventivo” diventa un artificio retorico per rendere accettabile ciò che altrimenti non lo sarebbe. La storia dell’Iran a un passo dall’arma nucleare era già stata utilizzata mesi fa, dopo i primi bombardamenti americani su Teheran. Allora si disse che la minaccia era stata “annientata”. Oggi quella stessa minaccia viene riproposta, come se nulla fosse, per giustificare un nuovo conflitto che ha molto più a che fare con il controllo delle risorse strategiche e degli equilibri regionali che con la sicurezza globale.
Il mondo non è più quello di 20/30 anni fa. C’è un dato che molti fingono di non vedere: il ruolo crescente di Cina e India nella costruzione di canali diplomatici alternativi, mentre l’Occidente continua a pensarsi unico arbitro globale. L’atteggiamento di Donald Trump appare sempre più quello di un leader che reagisce mostrando i muscoli in un contesto in cui il peso relativo degli Stati Uniti non è più incontrastato. Quando si perde centralità, la tentazione è alzare il livello dello scontro.
Israele chiedeva da tempo un cambio di regime in Iran ed è stato accontentato dal presidente che si era presentato come “l’uomo capace di chiudere le guerre”. Il 28 febbraio è iniziata un’operazione definita addirittura di “liberazione”. Tutto questo è avvenuto nel pieno di colloqui tra Iran e Stati Uniti, con la mediazione dell’Oman, che gli stessi mediatori omaniti avevano definito di apprezzabile successo. Si è scelto di colpire mentre un canale diplomatico era aperto e stava producendo risultati. È una decisione politica, non una fatalità.
Il risultato è sotto gli occhi del mondo: tra i bombardamenti “preventivi” c’è stata anche una scuola femminile colpita, con oltre cento bambine uccise. Le Nazioni Unite hanno aperto un procedimento contro Israele per possibili crimini di guerra. Altro che liberazione. L’ennesima dimostrazione che la guerra non emancipa i popoli, li schiaccia.
Questo non significa assolvere il regime iraniano. L’ho scritto chiaramente mesi fa, durante le proteste represse nel sangue: il popolo iraniano ha il diritto di ribellarsi a una guida tirannica e antidemocratica. Quelle manifestazioni nascevano da una crisi economica devastante, da un’inflazione fuori controllo, da una generazione senza prospettive. Io sto dalla parte di quel popolo. Ma le rivoluzioni si tradiscono quando diventano terreno di conquista.
Monarchici come Reza Pahlavi, insieme agli interessi di Stati Uniti e Israele, hanno soffiato sul fuoco della destabilizzazione non per accompagnare un processo democratico, ma per ridisegnare equilibri e mettere le mani su petrolio, gas e influenza strategica.

Intanto, dopo oltre due anni di massacro a Gaza e più di settant’anni di occupazione e sfruttamento in Palestina, il governo guidato da Benjamin Netanyahu parla degli attacchi iraniani come di una “violazione del diritto internazionale” e dei “diritti umani”. Proprio mentre a Gaza, dopo la cosiddetta “tregua”, si contano più di cinquecento morti, e in Cisgiordania proseguono le violenze dei coloni e i tentativi di annessione. L’escalation con l’Iran arriva anche in un momento delicato per la politica americana, segnato dalla riemersione dei cosiddetti “File Epstein”, che vedrebbero pesantemente coinvolto Donald Trump. In questo quadro, l’innalzamento dello scontro internazionale finisce inevitabilmente per spostare l’attenzione.
È il frutto di quella retorica permanente del nemico che consente di giustificare tutto quando a colpire siamo “noi” e di gridare allo scandalo quando a rispondere sono “gli altri”.
In questo scenario, il nostro governo si muove in modo contraddittorio, a tratti ridicolo: si definisce “preventivo” l’attacco Usa-Israele, si bolla come “ingiustificabile” la risposta iraniana, il Ministro della Difesa che si ritrova a sua insaputa in una zona di conflitto e il Ministro degli Esteri che avverte “se ci sono i droni, non affacciatevi alle finestre”.
Il punto politico, però, resta uno: abbiamo riabilitato la guerra come categoria normale della politica internazionale. Abbiamo accettato l’idea che basti definire un attacco “preventivo” per renderlo legittimo. E così facendo stiamo costruendo un mondo in cui il diritto internazionale diventa un’opinione e la forza torna a essere l’argomento principale.
Io continuo a stare dalla parte dei popoli. Dalla parte di chi chiede autodeterminazione, non di chi usa le bombe per imporre un ordine. La libertà dell’Iran non può nascere da un bombardamento, così come la sicurezza globale non può essere garantita da una guerra permanente. Se non rimettiamo in discussione questa deriva, il rischio è che l’eccezione diventi regola.
E quando la guerra diventa regola, nessuno è davvero al sicuro.
Non possiamo permetterci di assistere a questa deriva come spettatori rassegnati. Non dobbiamo arrenderci all’idea che la guerra sia inevitabile. E non dobbiamo arrenderci nemmeno all’idea che l’Europa non abbia più un ruolo da giocare. Quel ruolo oggi appare offuscato, incerto, spesso timido. Ma esiste ancora — se c’è la volontà politica di esercitarlo.
L’Europa è nata sulle macerie di un conflitto mondiale proprio per affermare un principio opposto: che la forza del diritto dovesse prevalere sul diritto della forza. Se smettiamo di crederci noi per primi, quel progetto perde senso.
Per questo, mentre la diplomazia fatica e la politica internazionale alza i toni, c’è chi la guerra la contrasta ogni giorno con il proprio corpo, con la propria competenza, con la propria umanità.
Penso al lavoro straordinario di Emergency, che nei teatri di guerra cura, salva, ricostruisce pezzi di dignità umana dove tutto sembra perduto. Sostenere chi opera così non è un gesto simbolico: è una scelta politica concreta, è stare dalla parte della vita quando tutto spinge verso la distruzione.
Non rassegnarsi alla guerra significa anche questo: tenere aperti spazi di umanità mentre altri chiudono spazi di dialogo.
Perché se l’eccezione rischia di diventare regola, la responsabilità di chi crede ancora nella pace è una sola: continuare, ostinatamente, a costruirla.
METROMARE, avanti con le nuove fermate: “Torrino-Mezzocammino” e “Giardino di Roma” prendono forma
Prosegue il lavoro sulle nuove stazioni della Metromare nel quadrante sud della città. Questa mattina si è svolta una commissione congiunta Mobilità–Giubileo direttamente sul cantiere della futura fermata Torrino-Mezzocammino, nel IX Municipio.
Insieme ai tecnici di Astral e all’amministrazione municipale è stato fatto il punto anche sull’altra stazione prevista, Giardino di Roma, al confine tra IX e X Municipio.
Parliamo di due infrastrutture strategiche per un’area che negli ultimi decenni è cresciuta molto dal punto di vista abitativo e che oggi chiede collegamenti all’altezza. Non è un caso che questi interventi siano stati inseriti nel programma delle opere giubilari: l’obiettivo è rafforzare in modo strutturale la rete dei trasporti in un quadrante che ha bisogno di alternative concrete all’auto privata.
Per quanto riguarda Torrino-Mezzocammino, i lavori hanno subito un rallentamento legato allo spostamento di un cavo dell’alta tensione, una fase tecnica delicata che è stata affrontata e risolta nei tempi previsti. Il cantiere è attivo.
L’obiettivo resta la conclusione dei lavori nel primo trimestre del 2027, a cui seguiranno i tempi tecnici necessari per la messa in esercizio. Tempistiche analoghe sono previste anche per la fermata Giardino di Roma.
Per Torrino-Mezzocammino è pronto anche il progetto della nuova area parcheggi: circa 200 posti auto, su un’area già svincolata dalla Sovrintendenza. È stata richiesta un’integrazione dei fondi all’Ufficio del Commissario Straordinario e, completato questo passaggio, si potrà procedere con la gara.
Per Giardino di Roma, invece, il parcheggio è già esistente e non sono necessarie integrazioni.
Ma costruire le stazioni non basta. Il nodo centrale resta l’intermodalità: parcheggi di scambio, certo, ma anche un potenziamento del trasporto pubblico di superficie, per rendere davvero efficace il collegamento con i quartieri limitrofi e integrare la linea nel sistema complessivo della mobilità cittadina.
Grande attenzione anche all’accessibilità: a Torrino-Mezzocammino saranno garantite passerella pedonale e ascensori per le persone con mobilità ridotta. Un elemento fondamentale per assicurare un servizio realmente fruibile da tutte e tutti.
Queste opere non sono semplicemente cantieri aperti: sono risposte concrete a territori che per troppo tempo hanno atteso collegamenti adeguati.
L’inserimento nel programma giubilare è stata una scelta precisa. Ora il compito dell’amministrazione è vigilare affinché tempi e impegni vengano rispettati, trasformando questi interventi in infrastrutture operative al servizio della città.
Al via i nuovi cantieri della Metro C: la cura del ferro continua
Sembrava impossibile, e invece sta succedendo davvero. Negli ultimi mesi abbiamo inaugurato le stazioni Colosseo–Fori Imperiali e Porta Metronia, restituendo alla città un’infrastruttura attesa da anni.
Oggi compiamo un altro passo concreto: partono i cantieri delle tratte T1 e T2 della Metro C, annunciati insieme al Sindaco Roberto Gualtieri, all’Assessore alla Mobilità Eugenio Patanè e alla Commissaria straordinaria Maria Lucia Conti, con i tecnici di Roma Metropolitane e del contraente generale guidato da Webuild e Vianini Lavori.
Dalla prossima settimana si aprono i cantieri della tratta T2 con quattro nuove stazioni Chiesa Nuova, Piazza Pia–Castel Sant’Angelo, Ottaviano e Mazzini mentre entro luglio partiranno quelli della tratta T1 con Auditorium e Farnesina: un collegamento su ferro tra il centro storico e Roma nord, veloce, sostenibile e accessibile.
Parliamo di circa 7 km di nuova linea e 6 stazioni per un investimento superiore ai 3 miliardi di euro. La tratta T2 si estende per 4 km con 4 fermate, di cui due archeo-stazioni, 165.000 metri cubi di scavi archeologici e 7,6 km di gallerie; la tratta T1 misura 2,9 km, prevede oltre 105.000 metri cubi di scavi e 4,8 km di gallerie.
Dal cantiere Farnesina partiranno le talpe meccaniche che scaveranno senza interruzioni fino a Venezia, portando la linea a 31 stazioni complessive. Durante i lavori la circolazione resterà garantita con modifiche locali alla viabilità nei punti interessati.
L’obiettivo di fine lavori è 2037 con impegno ad anticipare al 2036; la linea sarà una metropolitana automatica capace di 24.000 passeggeri l’ora per direzione, con una riduzione stimata di 310.000 tonnellate di CO₂ l’anno, 260 nuovi alberi e 4 Tiny Forest, e già predisposta per futuri prolungamenti verso Grottarossa e Tor di Quinto. Non è solo un’opera pubblica: significa restituire a migliaia di persone il diritto di muoversi meglio ogni giorno, collegare quartieri oggi lontani dal ferro e rendere Roma più semplice da vivere.
La cura del ferro non è più una promessa: è la direzione concreta in cui stiamo andando.