A 15 anni dalla strage di Utøya, ricordiamo che il fascismo non appartiene solo ai libri di storia
A quindici anni dalla strage di Utøya, la Norvegia ha inaugurato a Oslo un nuovo memoriale dedicato alle 77 vittime del terrorismo di estrema destra. Un luogo pensato non solo per custodire il ricordo di ciò che è accaduto il 22 luglio 2011, ma per ricordare a ogni generazione che la democrazia non è mai conquistata una volta per tutte.
A Utøya furono assassinati soprattutto ragazze e ragazzi che partecipavano al campo estivo della giovanile del Partito Laburista norvegese. Giovani che avevano scelto di impegnarsi in politica, di confrontarsi, di costruire idee per il futuro. Anders Breivik li colpì proprio per questo: perché vedeva nella loro partecipazione democratica una minaccia.
Qualche anno fa ho visitato quel luogo. È stata un’esperienza che porto ancora con me. Per chi, come me, è cresciuto nella militanza politica e ha vissuto le organizzazioni giovanili come una scuola di partecipazione, confronto e comunità, Utøya non è soltanto una tragedia della storia europea. È una ferita che riguarda tutte e tutti noi.
Per questo la memoria non può ridursi a una commemorazione. Deve diventare responsabilità.
In un tempo in cui l’estrema destra torna a diffondere odio, intolleranza e revisionismo, ricordare Utøya significa ribadire che il fascismo non appartiene solo al passato. Cambiano i linguaggi, cambiano gli strumenti, ma resta la stessa idea di società fondata sull’esclusione, sulla violenza e sulla negazione dell’altro.
Difendere la memoria significa difendere la democrazia. Significa continuare a credere che l’impegno politico, soprattutto quello delle nuove generazioni, sia la risposta più forte contro chi vorrebbe spegnere il futuro con l’odio.
Perché Utøya non è soltanto il ricordo di ciò che è stato. È il monito di ciò che non dobbiamo mai permettere che accada di nuovo.
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