Trump “uomo di pace” bombarda il Venezuela e cattura il presidente Maduro e sua moglie
Nella notte gli Stati Uniti hanno lanciato un’operazione militare su larga scala contro il Venezuela. Il presidente Donald Trump ha annunciato attraverso i suoi canali ufficiali che forze statunitensi hanno colpito obiettivi nel territorio venezuelano e che il presidente Nicolás Maduro e sua moglie, Cilia Flores, sarebbero stati catturati e portati fuori dal Paese.
Al di là di ogni giudizio politico sul governo venezuelano, un punto deve essere affermato con chiarezza: colpire uno Stato sovrano con bombardamenti e raid militari rappresenta una violazione grave del diritto internazionale. Non esistono giustificazioni accettabili che possano rendere legittima un’azione di questo tipo.
La guerra non è uno strumento di politica estera. È il fallimento della politica.
Dietro questa escalation militare è difficile non intravedere interessi economici enormi. Il Venezuela possiede le più vaste riserve petrolifere del mondo e il controllo di queste risorse è da sempre un nodo strategico che condiziona equilibri geopolitici e relazioni di potere. La motivazione ufficiale evocata da Trump, la cosiddetta “guerra al narcotraffico”, appare sempre più come un mero alibi per destabilizzare l’area.
L’obiettivo reale sembra essere un cambio di regime. Il sostegno a María Corina Machado, favorevole alla privatizzazione del settore energetico, va letto in questa direzione: creare le condizioni politiche per consentire alle compagnie statunitensi di accedere direttamente alle immense riserve venezuelane, trasformando il petrolio in una leva di profitto e di controllo strategico. Attaccare il Venezuela rischia così di servire a imporre un governo allineato agli interessi statunitensi.
Ogni volta che una grande potenza sceglie la forza al posto della diplomazia, si indebolisce l’idea stessa di ordine internazionale. Si torna a una logica di dominio, dove il diritto viene piegato agli interessi del più forte e la sovranità dei popoli diventa negoziabile.
Di fronte a tutto questo, l’Europa non può restare spettatrice. Deve affermarsi come soggetto politico autorevole, parlare con una sola voce, condannare ogni violazione della sovranità e lavorare con determinazione per soluzioni diplomatiche e pacifiche. Il silenzio o l’ambiguità non sono neutralità: sono corresponsabilità.
Il mio pensiero va prima di tutto ai civili, che come sempre pagano il prezzo più alto di queste scelte: vite spezzate, città colpite, famiglie travolte dalla violenza.
La pace non è un’opzione. È un dovere morale.
E allora la domanda resta, inevitabile: se la guerra diventa uno strumento ordinario della politica internazionale, che differenza c’è tra Putin, Netanyahu e Trump?
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