Punire chi denuncia un genocidio: “il mondo al contrario”
Dopo quasi due anni di genocidio contro il popolo palestinese, 77 di occupazione e 58 di apartheid, gli Stati Uniti decidono di introdurre delle sanzioni. Ma non contro lo Stato d’Israele, responsabile di queste violazioni. Le sanzioni arrivano contro Francesca Albanese, Relatrice Speciale dell’ONU sui Territori palestinesi occupati.
(Il 3 luglio ha pubblicato un rapporto dove indica le aziende coinvolte nei crimini a Gaza).
Albanese sta facendo ciò che dovrebbe fare chiunque abbia a cuore il diritto internazionale e la dignità umana: denunciare crimini, chiedere giustizia, difendere i diritti di un popolo sotto attacco. Il suo è un lavoro prezioso, non solo per i palestinesi, ma per chiunque creda in un’idea di umanità e di pace fondata sul rispetto.
Colpirla con sanzioni significa colpire chi dice la verità, mentre si continuano a legittimare i responsabili di una strategia violenta, repressiva, disumana. Una strategia che sta avvenendo sotto gli occhi del mondo, nella quasi totale impunità.
Ancora più grave è l’atteggiamento del nostro governo. Silenzioso, complice, allineato a chi difende l’indifendibile. Francesca Albanese dovrebbe essere un orgoglio per l’Italia. E invece non una parola in sua difesa.
È il risultato di una linea politica che ha scelto di sostenere ciecamente posizioni che ci allontanano ogni giorno di più da qualsiasi credibilità internazionale. E dobbiamo dirlo chiaramente: come opposizione non stiamo facendo abbastanza.
Quando si punisce chi denuncia un genocidio e si premiano i suoi autori, non siamo solo di fronte a un’ingiustizia. Siamo di fronte alla normalizzazione di un mondo rovesciato, dove tutto viene distorto.
E contro questa distopia, dobbiamo avere il coraggio di resistere. E cambiare.
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