Una costa da tutelare, non da cedere. No al porto crocieristico di Fiumicino.
Sono nato a Ostia e oggi la mia famiglia vive a Isola Sacra. Questo territorio non lo conosco per sentito dire, lo vivo da sempre. Ed è per questo che faccio fatica a condividere l’entusiasmo di chi vede nell’approvazione della VIA per il porto crocieristico una pagina di progresso. Qui sul litorale l’atmosfera è un’altra. Chi il mare lo attraversa ogni giorno sa perfettamente che questo progetto non nasce per la comunità, ma per logiche che con la vita quotidiana del territorio hanno poco o nulla a che vedere.
Da vent’anni sentiamo sempre lo stesso racconto: crescita, investimenti, lavoro. Un racconto che conosciamo bene, perché ci è già stato venduto — anche qui a Ostia — quando qualcuno parlava addirittura di raddoppiare il porto turistico promettendo miracoli. È bastato poco per capire che quelle promesse non avevano radici nella realtà: l’unico risultato è stato un territorio ferito, sfibrato, costretto a convivere con le conseguenze di scelte calate dall’alto. La storia, almeno, ci insegna una lezione: diffidare delle scorciatoie narrative.
E basta davvero poco per riconoscere lo schema che torna. Un’infrastruttura totalmente privata, consegnata per decenni a un soggetto internazionale, sottratta di fatto al controllo pubblico. Una promessa occupazionale che alla fine si traduce in stagionalità e precarietà. Un impatto evidente su viabilità, qualità dell’aria e fruibilità del mare. Un altro pezzo di costa che rischia di diventare spazio chiuso, regolato da logiche che nulla hanno a che vedere con le esigenze di chi qui ci vive.
Tutto questo avviene proprio mentre avremmo bisogno dell’esatto contrario: investimenti pubblici, tutela ambientale, opere leggere, infrastrutture utili alla comunità e non a chi vuole solo sfruttarla. È qui che il progetto del porto mostra tutta la sua debolezza. Non è solo una scelta sbagliata: è una scelta sbagliata nel momento sbagliato, incastrata dentro un modello che guarda altrove e ignora ciò che invece dovrebbe essere al centro: la qualità della vita delle persone.
Le piazze delle ultime settimane lo dimostrano. Non c’è ideologia nello stare dalla parte del mare: c’è esperienza, memoria, consapevolezza. La consapevolezza di quanto sia fragile questa costa e di quanto poco margine abbiamo per sbagliare ancora. Difenderla non è un gesto di opposizione, è un gesto di responsabilità. Verso chi ci vive oggi e verso chi verrà domani.
Per questo continuerò a dirlo con chiarezza: il futuro del litorale non può essere affidato a una concessione privata deregolamentata e senza regia pubblica. Deve essere costruito dentro una visione pubblica, trasparente, capace di tenere insieme sviluppo, lavoro, tutela e identità dei luoghi. Il mare non può diventare il prezzo da pagare per scelte che non ci rappresentano. Il mare è il punto da cui ripartire, non quello da sacrificare.
E questa non è una battaglia di principio. È una battaglia di buon senso. E continuerò a combatterla.
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