Ostia non è morta. È una comunità che sta cambiando
Mi trovo ancora una volta a scrivere del Mare di Roma, della mia Ostia. Non per vanità, ma per dovere e per amore.
Sfilare con una bara per rappresentare Ostia significa compiere una scelta precisa: sostituire il confronto con la teatralizzazione, la discussione con la provocazione, la complessità con uno slogan. È una scelta che non condivido e che trovo profondamente sbagliata.
Perché Ostia non è una bara. Non è un funerale. Non è una città morta. Conosco bene i problemi del nostro territorio. Li conosco perché li ho visti, li vivo e spesso li affronto ogni giorno. Sarebbe ridicolo negarne l’esistenza. Mi colpisce però un aspetto. Le persone che oggi promuovono e sostengono la manifestazione “Ostia è morta” sono spesso le stesse che, negli ultimi mesi, sono scese in piazza a difesa di alcuni operatori balneari che, come emerge da un’inchiesta pubblicata da la Repubblica, risultano aver accumulato oltre quattro milioni di euro di morosità nei confronti dello Stato.
E stiamo parlando soltanto dei canoni concessori non versati. Soldi pubblici. Soldi della collettività.
Verrà il tempo di raccontare anche il resto. Per trasparenza, correttezza e per le necessarie spiegazioni. Ma già oggi credo sia legittimo chiedersi chi abbia contribuito ad alimentare alcune delle criticità che vengono denunciate e chi, invece, stia provando ad affrontarle.
Per troppo tempo Ostia è stata ostaggio dell’idea che nulla dovesse cambiare. Che tutto potesse essere prorogato. Che ogni problema potesse essere rinviato a domani. Ma i problemi rinviati non spariscono. Si accumulano. Mi torna in mente una frase di Lentamente muore: “Lentamente muore chi non rischia la certezza per l’incertezza, per inseguire un sogno.”
Forse è proprio qui la differenza.
Per anni Ostia è rimasta prigioniera della convinzione che nulla dovesse cambiare. Oggi siamo chiamati a fare l’opposto: ad accettare la fatica delle trasformazioni, ad affrontare problemi che per troppo tempo sono stati rinviati, a costruire un futuro diverso.
Per questo trovo singolare che si scelga di rappresentare Ostia con una bara proprio nel momento in cui il territorio sta attraversando una fase di cambiamento così profonda e delicata. Si possono avere opinioni diverse sulle scelte da compiere, sulle priorità, sui tempi e perfino sulla direzione da seguire.
Ma una comunità che prova a immaginare il proprio futuro non è una comunità morta. È una comunità che sta discutendo del proprio domani.
Perché c’è qualcosa di profondamente paradossale nel celebrare un funerale proprio mentre Ostia ospita il World Skate, una delle competizioni internazionali più importanti al mondo per gli sport rotellistici. Atleti e atlete provenienti da decine di Paesi, migliaia di persone presenti, milioni di visualizzazioni online. Discipline olimpiche che parlano alle nuove generazioni e che hanno trovato proprio a Ostia una delle loro case più importanti a livello internazionale.
E come se non bastasse, proprio stasera Piazza Sirio ospita, per il secondo anno consecutivo, OperaCamion del Teatro dell’Opera di Roma con Il Barbiere di Siviglia. Un teatro che esce dai suoi luoghi tradizionali per arrivare sul mare, tra le persone, rendendo la cultura accessibile a tutte e tutti.
Perché Roma è tutta Roma. Da Centocelle a Ostia. Da Quarticciolo a Cinquina. Dai rioni del centro al mare. Roma Capitale c’è.
Mentre qualcuno porta una bara in giro, il mondo guarda Ostia. E questo dovrebbe farci riflettere. La narrazione di un territorio condannato, senza speranza e senza futuro non fa male a un sindaco, a una giunta o a una maggioranza.
Fa male a Ostia. Fa male ai commercianti. Fa male agli operatori turistici. Fa male a chi investe. Fa male a chi lavora. Fa male a chi prova ad aprire un’attività. Fa male a chi sceglie di vivere questo territorio e di scommettere sul suo futuro.
Per anni ci siamo sentiti ripetere che Ostia fosse perduta. Che non ci fosse più nulla da fare. Che il terreno fosse ormai impraticabile.
E invece, nonostante tutto, Ostia continua a rialzarsi. Con fatica. Con contraddizioni. Con errori. Ma continua a rialzarsi.
Chi ama davvero Ostia può avere opinioni diverse sulle soluzioni. È normale. Fa parte della democrazia. Si può criticare chi governa. Si possono contestare le scelte fatte. Si possono proporre alternative.
Quello che non è accettabile è mettere in scena il funerale di Ostia e definire questo territorio una città morta. Sono parole e immagini di una gravità enorme, perché non colpiscono un’amministrazione o una parte politica.
Colpiscono un’intera comunità viva, fatta di persone che ogni giorno lavorano, studiano, investono, costruiscono relazioni e immaginano il proprio futuro.
Io non vedo un funerale alle porte. Vedo una comunità che prova, tra mille difficoltà, a costruire il proprio futuro. Vedo una città che sta attraversando una trasformazione difficile ma necessaria. Vedo un territorio che per troppo tempo ha rimandato le scelte e che oggi è chiamato ad affrontarle.
Ed è esattamente per questo che Ostia ha bisogno di idee, investimenti, coraggio, visione e cambiamento. Non di una bara.
Perché il futuro di una città si costruisce. Non si seppellisce.
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