Le parole di Itamar Ben Gvir contro l’Italia sono indegne di un ministro e meritano una condanna ferma e senza ambiguità
Le parole di Itamar Ben Gvir contro l’Italia sono indegne di un ministro e meritano una condanna ferma e senza ambiguità. Ma se ci fermiamo all’ennesima provocazione sul “Paese delle ciabatte”, rischiamo di perdere di vista ciò che conta davvero.
Ben Gvir non è soltanto un politico che insulta un Paese amico, come ha giustamente ricordato il Ministro degli Esteri Antonio Tajani. È uno dei principali esponenti di un governo che porta avanti politiche che stanno provocando sofferenze indicibili alla popolazione palestinese e che continuano a porsi in aperto contrasto con i principi fondamentali del diritto internazionale.
L’indagine aperta dalla Procura di Roma sui fatti legati alla Freedom Flotilla rappresenta un passaggio importante. È giusto che venga fatta piena luce sulle accuse di sequestro di persona, tortura e sui trattamenti subiti dagli attivisti fermati mentre tentavano di portare aiuti umanitari e testimonianza a Gaza.
Sarebbe però un errore considerare Ben Gvir una semplice mela marcia.
Le immagini delle attiviste e degli attivisti umiliati, ammanettati e costretti in ginocchio non nascono dal nulla. Così come non nascono dal nulla la distruzione di Gaza, la fame utilizzata come strumento di guerra, gli ostacoli all’ingresso degli aiuti umanitari, le violenze contro i civili palestinesi e le continue violazioni dei diritti umani denunciate da anni da organizzazioni internazionali.
Ma c’è un altro aspetto che non può essere ignorato. Le posizioni di Ben Gvir non rappresentano una minaccia soltanto per i palestinesi o per la stabilità della regione. La sua visione politica mette a rischio la stessa qualità della democrazia israeliana, alimentando una deriva nazionalista e autoritaria che comprime gli spazi del dissenso, delegittima le forze democratiche e progressive interne e rende sempre più difficile immaginare una prospettiva di convivenza, pace e reciproco riconoscimento.
Per questo criticare Ben Gvir e le politiche che rappresenta non significa essere contro Israele. Al contrario, significa difendere quei valori democratici e quelle donne e quegli uomini della società israeliana che continuano a battersi per la pace, per i diritti umani e per una soluzione fondata sulla convivenza tra due popoli e due Stati.
Condannare le parole di Ben Gvir è doveroso. Condannare le politiche del governo guidato da Benjamin Netanyahu che stanno devastando Gaza e trascinando milioni di persone nella sofferenza è indispensabile.
Perché il problema non è un insulto rivolto all’Italia. Il problema è ciò che continua ad accadere a Gaza, in Cisgiordania, in Libano e nell’intera regione.
E mentre l’attenzione si concentra sulle sue provocazioni contro il nostro Paese, Ben Gvir arriva a proporre il rapimento di donne e bambini libanesi come strumento di pressione contro Hezbollah. Parole che sarebbero inaccettabili in qualsiasi democrazia e che raccontano meglio di qualunque insulto la visione politica che rappresenta.
In fondo, il punto non è ciò che Ben Gvir pensa dell’Italia.
Il punto è ciò che le sue parole e le sue azioni dicono del governo di cui fa parte e del futuro che rischiano di costruire, non solo per i palestinesi, ma anche per la stessa democrazia israeliana.
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