Le proteste in Iran sono una lotta di libertà, non un pretesto per fare “affari”
Quello che sta accadendo in Iran è, allo stesso tempo, doloroso e necessario. È doloroso per il prezzo altissimo che il popolo iraniano sta pagando: morti nelle strade, arresti arbitrari, condanne esemplari, una repressione che prova a spegnere ogni voce di dissenso. Un Paese messo a tacere anche attraverso l’oscuramento di internet, nel tentativo di impedire al mondo di vedere, raccontare e comprendere ciò che sta accadendo.
Ed è necessario perché questa rivolta nasce da una spinta autentica, popolare e profonda. Nasce da una domanda di libertà che non può più essere rimandata, compressa o cancellata con la forza.
La protesta in corso è una ribellione contro una dittatura religiosa che ha fatto del controllo il proprio strumento di governo: controllo dei corpi, delle vite, dei comportamenti, delle scelte individuali. Una dittatura che usa la violenza per mantenere il dominio e che risponde alle richieste di diritti con la repressione.
Ma la rivolta iraniana non è soltanto politica. È anche il risultato di condizioni materiali diventate insostenibili. Un’inflazione fuori controllo, stipendi che non permettono di vivere, povertà diffusa, un futuro sistematicamente negato soprattutto alle nuove generazioni.
Quando manca il pane, la libertà smette di essere un concetto astratto: diventa una necessità vitale.
Io sto dalla parte dei popoli che scelgono di ribellarsi in modo pacifico. Sto dalla parte di chi scende in piazza per reclamare diritti, per uscire da una dittatura e provare a costruire una democrazia.
Sto, senza ambiguità, dalla parte del popolo iraniano.
Allo stesso tempo, però, credo sia necessario mantenere uno sguardo lucido.
Le rivoluzioni si tradiscono quando diventano terreno di conquista per altri poteri.
Quando una protesta giusta viene piegata a fini geopolitici, utilizzata per ridisegnare equilibri internazionali o per mettere le mani su risorse strategiche che fanno gola a molti, come petrolio, gas e influenza.
Per questo non sto dalla parte di chi finanzia, arma o manovra le rivolte per i propri interessi.
Non sto dalla parte degli Stati Uniti quando minacciano interventi militari, né del cinismo di Donald Trump e dei suoi giochi di potere costruiti sulla pelle di un popolo oppresso.
E non mi convince nemmeno chi, come Reza Pahlavi, tenta di usare questa rivolta per legittimare un ritorno al passato con il favore delle potenze occidentali. Forzare quella direzione rischia di svuotare di senso una mobilitazione che nasce dal basso, che parla un linguaggio nuovo e che non chiede padroni né tutori.
Sostenere un popolo che lotta per la propria autodeterminazione è giusto.
Usarlo per altri fini è meschino.
La libertà dell’Iran non può essere concessa da nessuno.
Può nascere solo dal popolo iraniano.
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